Roma, 26-29 settembre 2018

Dove ti può capitare di stare seduta tra un ministro, un uomo scalzo e una signora giapponese in kimono? Dove ti può capitare di parlare di sistemi elettorali e poi fare yoga?

La risposta è a Roma, alla 7° edizione del Global Forum per la Moderna Democrazia Diretta, dove centinaia di amministratori, attivisti e ricercatori si sono confrontati per tre giorni, nella meravigliosa cornice del Campidoglio, sulle possibili soluzioni all’attuale crisi della democrazia rappresentativa.

Ma è poi davvero solo dei nostri giorni questa crisi? In realtà già nel 1700 il filosofo Filippo Mazzei metteva in guarda dai rischi di un’eccessiva delega:

“Sappiamo che dobbiamo essere rappresentati in quelle cose per cui non possiamo essere presenti, ma ogni qualvolta possiamo esserci non delegheremo il nostro potere ad altri. Ci rappresenteremo da soli! […] Siccome la nostra libertà vien ridotta in proporzione del potere che conferiamo loro, sarebbe pazzia il conferirne più che non sia strettamente necessario”

A ben vedere il difficile rapporto tra rappresentanti e rappresentati è antico quanto la democrazia stessa; ce lo ricordano anche i tombini di Roma, sui quali campeggia la scritta S.P.Q.R, Senatus PopulusQue Romanus (Il Senato e il popolo romano). Già nell’antica Roma le leggi venivano scritte dal Senato, ma ratificate dai cittadini riuniti nei comizi: insomma esisteva il Referendum obbligatorio.

Oggi, secondo IDEA, il referendum obbligatorio è presente in 111 paesi, solitamente collegato a revisioni della carta costituzionale, ma anche ad aspetti finanziari – ad esempio in alcuni cantoni svizzeri, dove è previsto il referendum obbligatorio per ratificare spese superiori ad un certo importo – e alle norme elettorali secondo il concetto che i rappresentanti non possono decidere da soli le regole della rappresentanza (forse il Porcellum noi cittadini lo avremmo bocciato subito, no?).

Quest’ultimo concetto è stato ripreso efficacemente dal Ministro alla Democrazia Diretta Fraccaro nel suo intervento di chiusura della kermesse (guardatelo che ne vale davvero la pena!).

Qui potete ascoltare la registrazione audio del discorso del Ministro Fraccaro.

Ma forse è meglio fare rewind e cominciare dall’inizio del Forum.

Il retro del biglietto da visita del sig. Chang

Appena messo piede in Campidoglio vengo avvicinata da un signore asiatico: è il signor Sam Chang, presidente dell’associazione taiwanese Negative Vote. Mi dà il suo biglietto da visita sul cui retro è sintetizzata la sua proposta. Più tardi durante un Workshop esporrà il funzionamento e i benefici effetti di questo sistema elettorale: ogni elettore ha un solo voto a disposizione, ma può decidere se esprimerlo a favore o contro un candidato. Secondo una simulazione, le ultime elezioni negli USA avrebbero visto, con questo sistema, una riduzione di quasi il 50% dell’astensione. “I militanti continuerebbero a supportare i propri partiti di appartenenza, ma l’elettorato medio voterebbe contro gli estremismi” sostiene Sam. In Taiwan hanno già raccolto le firme per richiedere l’introduzione di questo sistema, mentre a Berkley in California stanno raccogliendo in questi giorni le 3.000 firme necessarie per indire un referendum cittadino.

Anche se i sistemi elettorali non erano oggetto del Forum, mi è capitato di parlarne in diverse occasioni. Interessantissimo il sistema irlandese nel quale i candidati sono elencati sulla scheda elettorale in ordine alfabetico per cognome; l’appartenenza ad un gruppo politico è indicata dopo il nome, ma sono ammessi anche singoli cittadini non affiliati a nessun partito. L’elettore deve esprimere un ordine di preferenza, numerando dal 1° all’ultimo, fino ad un massimo di 25 (che è il numero di candidati sulla scheda).  Vincono i 5 candidati che ottengono più preferenze (poveri gli scrutinatori, che non è affatto semplice fare lo spoglio!).

I partecipanti più colorati del Forum posano per una foto

L’atmosfera durante questi tre giorni è caratterizzata da grande fermento: tutti sono curiosi di conoscere nuove forme di democrazia e partecipazione.  Prendo posto in terza fila e inizio a parlare con Manju Lyn Bazzel, statunitense, in attesa dell’inizio del forum. La sua organizzazione, Healthy Democracy, si occupa di processi deliberativi. Il giorno dopo, durante un panel a cui partecipano anche Casaleggio Jr e Andreas Gross, racconterà della Citizen Initiative Review, realizzata in Oregon. Si tratta di un’interessante pratica partecipativa volta a migliorare la qualità della deliberazione in occasione di consultazioni popolari quali i referendum e le iniziative[1]: l’anello di congiunzione tra democrazia partecipativa e democrazia diretta. Si selezionano casualmente 24 cittadini comuni (non eletti, coinvolti in partiti o in campagne elettorali) che durante 3 giorni incontrano esperti e attivisti che presentano loro gli elementi caratterizzanti la norma proposta. Vengono organizzati cicli di incontri intervallati da momenti di studio in piccoli gruppi. L’intero percorso è accompagnato da facilitatori esperti e aperto al pubblico. Il quarto giorno i 24 cittadini scrivono una dichiarazione di 750 parole (una pagina A4) circa l’opinione che si sono fatti sul tema. Un estratto viene pubblicato in 2° pagina nell’opuscolo delle votazioni, ovvero il libretto informativo che accompagna ogni referendum: vengono evidenziati i fatti principali (significativi e verificabili), 3 motivi per votare SI e 3 motivi per votare NO. Si tratta quindi di un vero e proprio commento al quesito referendario scritto da cittadini comuni bene informati.

L’importanza cruciale dell’opuscolo delle votazioni è stata sottolineata anche da Andreas Gross, esperto di democrazia diretta e ex parlamentare svizzero: senza di questo è difficile che il cittadino chiamato ad esprimersi possa informarsi in maniera completa, imparziale e sintetica. Si potrebbe però ampliare, sostiene Gross, “permettendo ai cittadini di porre domande al Parlamento e ottenere risposte. Le risposte dovrebbero poi essere pubblicate su un sito del Parlamento, di modo che l’imparzialità possa essere verificata”. Un modo per combattere la disinformazione e le fake news per intenderci.

Un attivista di Più Democrazia Italia

Gross ha sottolineato inoltre, quale elemento cruciale per la qualità delle democrazia diretta, il tema del tempo. In ogni fase del processo deliberativo deve essere garantita la giusta quantità di tempo: per raccogliere le firme, per la discussione interna all’amministrazione per formulare una controproposta, per lo studio delle alternative da parte della cittadinanza chiamata al voto.

L’intervento di Gross mi sembra perfetto e sono felice che allo stesso tavolo ci sia seduto Davide Casaleggio, che ha appena decantato le lodi della piattaforma Roussesu. In realtà c’è scetticismo in sala circa la trasparenza e l’utilizzo di Rousseau. Due attivisti di Più Democrazia Italia sollecitano Casaleggio a chiarire perché le votazioni vengono annunciate con così poco preavviso: a volte non c’è il tempo materiale per accedere al sito che la votazione è già chiusa… figuriamoci che fine fanno lo studio, il confronto e la discussione! Casaleggio diplomaticamente ringrazia per l’interesse e promette vaghi miglioramenti della piattaforma.

Tavola rotonda di apertura con Sindache e Vice-Sindaci

Di piattaforme per il voto digitale si è parlato parecchio durante questo forum, forse troppo visto che si tratta più di una modalità organizzativa che di un diritto a legiferare. Il primo a parlarne è Pablo Soto, affascinante vice sindaco di Madrid, durante il panel di apertura del Forum. Il forum è dedicato infatti alla democrazia diretta nei Comuni e quindi è stato inaugurato da un dibattito tra sindache e vice-sindaci di diverse città: Roma, Taichung, Vienna, Madrid, Ginevra, Barcellona e Torino. Soto racconta l’impegno della sua amministrazione per introdurre strumenti di democrazia diretta e partecipata: diritto all’iniziativa popolare, 100 milioni all’anno destinati al Bilancio Partecipativo e una piattaforma (opensource) DecideMadrid, premiata dall’ONU quale migliore piattaforma per la consultazione dei cittadini ed esportata in molte città (New York, BuenosAires e  Torino), a livello regionale in Messico e a livello nazionale in Uruguay. Uno degli elementi caratterizzanti la piattaforma è proprio la possibilità data a tutti di visionare il codice: Madrid ha ricevuto molti consigli per il miglioramento della piattaforma da informatici a titolo volontario. Sempre a Madrid si sta lavorando per una riforma della composizione di parte del Consiglio Comunale: per introdurre la selezione mediante sorteggio di alcuni consiglieri. D’altronde non è un’idea nuova: nell’antica Grecia i consiglieri venivano sorteggiati e ogni cittadino doveva diventare consigliere almeno una volta nella vita; altrettanto accadeva nella Serenissima Repubblica di Venezia per la nomina del Doge.

Da Barcellona, la rappresentante della Sindaca Francesca Bria, ci sommerge di informazioni circa le innovazioni introdotte: Codice Etico della Partecipazione, Incontri obbligatori tra Giunta e Cittadinanza, Bilancio cittadino online e con data-visualization per guidare il cittadino alla comprensione delle voci di spesa, sistema di whistleblower per combattere la corruzione, pubblicazione di tutti i contratti, pubblicizzazione del servizio idrico, apertura alla partecipazione dei cittadini all’azienda energetica comunale, chiusura di quartieri interi al traffico attraverso processi partecipati….

Guido Montanari, vice-sindaco di Torino, racconta dei “Mercoledì del Piano”: incontri aperti al pubblico di discussione sul nuovo piano regolatore. E dell’esperienza della Cavallerrizza Reale. Mette in luce però anche alcune difficoltà dovute all’apparato burocratico municipale molto pesante che a volte rende difficile la comunicazione persino all’INTERNO del Comune.

La Sindaca Raggi ci ha raccontato dei fondi destinati al Bilancio Partecipativo e alle prime esperienze di progetti di mobilità sostenibile realizzati a partire da proposte raccolte tramite una piattaforma online.

Da Vienna arriva un interessante esempio di referendum cittadino in merito ad una pedonalizzazione. Come molti sanno, spesso le pedonalizzazioni incontrano forti resistenze tra residenti e commercianti che però si ricredono una volta toccati con mano i benefici di uno spazio pubblico restituito ai pedoni. Maria Vassilakou, vice governatore di Vienna, ci ha raccontato che le resistenze alla pedonalizzazione di una via ricca di esercizi commerciali erano talmente forti che l’amministrazione decise di essere fisicamente presente nella via, con dei containers, per spiegare alla cittadinanza il progetto. Ciononostante la popolazione era fortemente divisa e quindi l’amministrazione comunale optò per un referendum. Decise però di pedonalizzare la via in maniera sperimentale, ovvero senza fare dei veri e propri lavori di riqualificazione, per 8 mesi. Durante questo periodo si organizzarono delle Agorà, di modo da agevolare il dibattito. Vassilakou ha sottolineato l’importanza di queste Agorà reali, e non solo digitali, in quanto sul web “People speak AT each other, not TO eachother”. Solo in seguito la cittadinanza è stata chiamata al voto e, chi l’avrebbe mai detto, l’esito della votazione ha visto un’altissima percentuale di voti favorevoli alla pedonalizzazione.

La mappa della democrazia diretta nel mondo
Partecipanti al Forum

La capacità dei processi democratici di mitigare i conflitti è stata oggetto anche di un altro workshop, il secondo giorno. Titolo dell’incontro era “Separatismo e Democrazia Diretta: dalla Catalogna alla California”… passando per la Brexit! Prendete un basco, un britannico, un taiwanese, uno svizzero e un altoatesino e fateli parlare di separatismo: ne vedrete delle belle! Se poi ci sono due tra i più autorevoli autori sulla democrazia diretta il dibattito si fa molto interessante. Andreas Gross infatti ci ha ricordato come i referendum tenuti in Catalogna e nel Regno Unito siano spesso utilizzati dagli oppositori della democrazia diretta quale esempio di cattive decisioni prese dal popolo. Occorre però ricordare due cose. Primo, non si trattava di un referendum, bensì di plebisciti in quanto la decisione di “andare alle urne” veniva dai governanti e non è stata preceduta da una raccolta firme: non si tratta di una differenza di poco e di natura formale, è una distinzione cruciale! In entrambi i casi infatti non sono stati i cittadini a mobilitarsi per poter decidere su una determinata questione, ma sono stati chiamati ad esprimersi dai governanti. I cittadini non hanno stilato il quesito e non si sono impegnati nell’estenuante, ma arricchente, attività di raccolta firme. Seconda osservazione, i cittadini si sono espressi sul SE separarsi dalla Spagna o dall’UE, non sul COME. Insomma, in entrambi i casi il processo è stato condotto in modo da esacerbare le divisioni e non con l’obiettivo di prendere la miglior decisione possibile.  La Svizzera, come al solito, ha qualcosa da insegnarci circa il disegno di processi referendari ben progettati. In occasione della richiesta di separazione del distretto di Laufen dal Cantone di Berna il governo federale ha imposto al Cantone di inserire in costituzione il dettaglio di un eventuale processo decisionale per la separazione. Il Cantone optò per una serie di referendum su specifici aspetti. Un processo simile è stato avviato in vista della separazione della Groenlandia dalla Danimarca: un referendum per avviare l’iter di auto-determinazione, una serie di incontri tra l’amministrazione della Groenlandia e il governo danese per finalizzare un accordo e un secondo referendum sull’accordo di separazione stesso. Un processo simile è quello in atto per la separazione della Nuova Caledonia dalla Francia, dove il prossimo 4 novembre si terrà l’ultimo di 4 referendum previsti dall’iter.

Così si evita la violenza, che è poi l’obiettivo ultimo di ogni processo democratico.

Come ha ricordato Thomas Benedikter, a volte purtroppo l’auto-determinazione via referendum è arrivata troppo tardi, dopo decadi di guerre civili e migliaia di morti: Timor Est, Sud Sudan, Kosovo, ad esempio. E chissà quanto dovranno ancora aspettare curdi e palestinesi….

Anche esempi meno drammatici posso ricordarci quanto processi di democrazia diretta ben progettati possano fare la differenza in termini di armonia in seno alle nostre società: chi in Valsusa resiste contro il TAV si è spesso sentito dire che gli svizzeri hanno scavato il Gottardo senza fare tante storie. Bene, Benedikter ci ha raccontato come siano stati necessari ben tre referendum sul tunnel prima di arrivare ad “un accordo” con la popolazione!

Tempo, lungimiranza, sincera fiducia nella possibilità di trovare un accordo e pieno riconoscimento della sovranità del popolo sono gli elementi necessari per utilizzare correttamente ed efficacemente gli strumenti di democrazia diretta. Ma ne vale la pena! Per coloro ai quali non bastano motivazioni etiche per sostenere la democrazia diretta, Bruno Frey ha descritto i benefici della democrazia diretta in termini di benessere economico e sociale: confrontando i Cantoni in Svizzera e gli Stati degli USA con più strumenti di democrazia diretta, Frey ha individuato una spesa pubblica minore dei 7-10%, un deficit pubblico inferiore del  30%, costi per le opere pubbliche inferiori del 20%, produttività e reddito procapite maggiori del 5%.

European Public Sphere in Campidoglio

Come concludere questo reportage che sta già diventando troppo lungo? La Democrazia Diretta non è di certo la panacea di tutti i mali, ma sicuramente è indispensabile per completare le democrazie rappresentative, permettendo ai cittadini di essere parte attiva nel processo decisionale e non restarne ai margini consolandosi con sterili lamentele e chiacchiere da bar. La strada può sembrare lunga, ma ci sono esempi dell’introduzione di un’ampia gamma di strumenti di democrazia diretta in tempi anche brevi, come la Germania in cui dalla caduta del Muro tutti i Laender hanno introdotto strumenti di democrazia diretta. La democrazia diretta manca ancora a livello federale, ma confidiamo nell’incisività dell’Associazione Mehr Demokratie Deutschland che, forte dei suoi 10mila iscritti e delle sue simpatiche ed originali pratiche di dibattito pubblico, riuscirà a portare a casa il risultato.

Ora volgiamo lo sguardo verso Oriente, verso Taiwan (che il prossimo 24 novembre per la prima volta sarà chiamato ad esprimersi su nove quesiti su Olimpiadi, ambiente e diritti GLBT) dove si terrà il Global Forum nel 2019. E verso la Korea; siamo curiosi di vedere i cambiamenti che la rivoluzione delle Candele sarà riuscita a portare alla costituzione della Korea: per ora in bozza ci sono il diritto al recall, all’iniziativa popolare e al referendum.

 

Lisa Zaquini

 

[1] La comunità internazionale è concorde nel distinguere tra referendum (TOP-DOWN, quando i cittadini votano pro o contro una norma scritta dai legislatori e/o dai governanti) e iniziative (BOTTOM-UP, quando la norma è scritta dai cittadini stessi). Si chiamerà iniziativa legislativa se sarà il popolo ad approvare il testo; si chiamerà invece iniziativa per definire l’agenda  se sarà il Consiglio o il Parlamento ad approvare o meno l’iniziativa del popolo. In Italia al momento sono disponibili il referendum e l’iniziativa per definire l’agenda. L’iniziativa legislativa, erroneamente chiamata referendum propositivo, è una delle riforme che il Ministro Fraccaro vorrebbe introdurre.

 

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