Home Forums 10 – FARE il cambiamento Preferenze nella legge elettorale Rispondi a: Preferenze nella legge elettorale

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pietro.muni
Spettatore

<h1>Limiti del suffragio</h1>
I sistemi rappresentativi, che si sono andati affermando a partire da due secoli fa, riconoscono il diritto di voto. Lo hanno chiamato «suffragio», mutuando questo termine dalla chiesa, dove era in uso col significato di aiuto, soccorso, preghiera. Analogamente il suffragio indicava la facoltà concessa al cittadino di implorare qualcuno (il rappresentante) affinché si facesse carico di curare i suoi interessi, riconoscendogli così superiori qualità e capacità. È come se l’elettore dicesse al suo candidato: «per favore, ai miei interessi pensaci tu, perché io non ne sono capace». È il tipico atteggiamento del bambino che si rivolge all’adulto o del suddito che si rivolge al sovrano o del fedele al proprio dio per ottenerne un aiuto necessario. In effetti, nel momento in cui appone una crocetta sul nome di un candidato, è come se il cittadino elevasse quel candidato a proprio tutore e interdicesse se stesso, col risultato “di far sì che il popolo stesso presti automaticamente la forza materiale per assicurare il predominio della classe politica dominante sopra sé medesimo” (Rensi 1995: 88-9). In altri termini, nello stesso momento in cui vota, l’elettore rinuncia al suo status di soggetto libero e sovrano, riducendosi a suddito.

Il suffragio può essere diretto (il cittadino sceglie direttamente il suo rappresentante) o indiretto (il cittadino sceglie un organismo ristretto che poi procederà all’elezione del rappresentante), uguale (ogni voto vale 1) o plurimo (il voto di alcuni cittadini ha un peso diverso rispetto a quello di altri), ristretto o universale (possono votare solo una parte dei cittadini o tutti), palese o segreto (a seconda che il voto sia dichiarato o meno). Oggi, dopo dure lotte, si è affermato il suffragio nella sua forma universale, uguale e segreta, che è visto da molti come una grande conquista democratica. Siamo convinti che un paese “è democratico se permette ai propri cittadini di scegliersi il governo che vogliono attraverso elezioni periodiche, pluripartitiche ed a scrutinio segreto, in base al suffragio uguale e universale” (Fukuyama 1996: 64).

In realtà, il suffragio universale non si prefigge di conferire potere decisionale al popolo o l’esercizio effettivo della sovranità del cittadino, e tanto meno l’autogoverno popolare, ma “è solo la facoltà concessa ai cittadini di scegliere chi li dovrà governare” (Hirst 1999: 7). “Quando votiamo per eleggere, non decidiamo singole questioni di governo. Il vero potere dell’elettorato è il potere di scegliere chi lo governerà. Dunque, le elezioni non decidono le questioni, ma decidono chi sarà a deciderle” (Sartori 1993: 75). Il suffragio lascia insomma il potere politico saldamente nelle mani dei segretari dei partiti stessi. In esso dobbiamo vedere perciò piuttosto uno pseudo diritto studiato ad arte per far credere al cittadino di essere libero di scegliere, mentre l’unica scelta che gli si consente di fare è a chi dovrà cedere la propria sovranità: è come lasciare al condannato la scelta di che morte morire.

Il suffragio universale deve essere visto come un contentino che le classi dominanti hanno concesso al popolo per distoglierlo dal reclamare il proprio diritto alla partecipazione politica. In effetti, il diritto di voto serve essenzialmente a trasferire il potere sovrano dal popolo ad un’autorità istituzionale (Re, Consiglio, Parlamento, poco importa). È il voto del suddito, che si illude di essere una persona libera sol perché qualcuno gli ha concesso il diritto di scegliere i governanti. Ebbene, questo tipo di voto è “la forma meno attiva di partecipazione politica, in quanto richiede un impegno minimo che cessa una volta che si è votato” (Rush 1994: 126). Le elezioni “rendono superflua la partecipazione dei cittadini durante il periodo tra le consultazioni elettorali, e in tal senso rendono la democrazia partecipata un accessorio del governo rappresentativo” (Urbinati 2013: 91). Il fatto è che senza partecipazione diretta non c’è che oligarchia. “L’elezione produce aristocrazia non democrazia e i partiti ne sono un esempio aggiuntivo, essi stessi forme oligarchiche che servono a produrre consenso più che garantire la partecipazione dei cittadini” (Urbinati 2013: 92).

L’errore dei moderni è di aver lasciato credere che il voto finalizzato a scegliere dei capi (tali sono infatti a tutti gli effetti i rappresentanti) sia sinonimo di democrazia. Qualche tempo fa, chi camminava per le strade di Firenze poteva leggere su un muro la seguente scritta: «Tanto va lo schiavo all’urna, che si sente cittadino». Come a dire: si sente libero, ma rimane suddito. Lo aveva capito bene Rousseau, secondo il quale, “dal momento che un popolo si dà dei rappresentanti, non è più libero; anzi non esiste più” (Contratto sociale III, 15). Per il ginevrino, il voto è un atto di spoliazione, con il quale il cittadino rinuncia ai propri diritti e li cede ad un rappresentante, che andrà a governare in sua vece e a suo piacimento. Un cittadino sarebbe libero solo nel momento in cui elegge i membri del parlamento; dopo ritornerebbe ad essere suddito.

Tratto da P. Muni, Democrazia rappresentativa, 2017, pag. 138-40.